
Per le aziende che vendono progetti, la formula è diventata quasi un evergreen: "Ti facciamo il progetto a prezzo fisso".
Per i clienti è musica: chiarezza, niente sorprese in fattura e un numero da inserire subito nel budget.
Per te che lavori in agenzia o in consulenza è comodo: un prezzo rotondo, niente discussioni sulle tariffe orarie e meno burocrazia.
Insomma, il flat fee sembra un matrimonio perfetto.
Ma, come in tutti i matrimoni, anche il "per sempre" può avere delle crepe: ogni ora in più che passi sul progetto, quando il prezzo è fisso, non vale niente. È lavoro che non verrà mai pagato.
Facciamo un esempio concreto.
Immagina di stimare un progetto in 200 ore e di fissare il prezzo a 20.000 €.
Sulla carta: 100 € l'ora.
Poi, però, arriva la realtà: più revisioni del previsto, tempi allungati su alcune fasi e clienti che cambiano idea continuamente, dicendo: "Questa è l'ultima modifica" (spoiler: non lo è mai).
Le ore diventano 350. Il prezzo rimane invariato a 20.000€, ma il valore effettivo del lavoro scende a 57€ l’ora.
Il margine evapora e con esso la possibilità di reinvestire in team, formazione e crescita.
Il punto non è solo la perdita. È che, se non misuri, rischi di non accorgertene nemmeno. E così, lo stesso errore si ripete progetto dopo progetto.
Il problema del flat fee non è soltanto economico. È anche un problema culturale.
Un prezzo fisso deciso all'inizio crea staticità e non permette di adattarsi lungo il percorso.
Magari, a metà progetto, ti rendi conto che, con un piccolo investimento aggiuntivo, potresti ottenere un risultato molto migliore per il cliente. Ma il prezzo è fisso e non si può modificare. Così, quello che era nato come un modello semplice si trasforma in un freno all'innovazione.
Paradossalmente, il flat fee nasce per semplificare la relazione con il cliente, ma finisce per irrigidirla.
Pensare che il flat fee riguardi solo il CFO è un errore.
In realtà, il modo in cui si gestiscono questi progetti influenza:
Il risultato? Una cultura del “va bene così, alla fine ce la si fa” che però logora i margini, la motivazione e la trasparenza.
Il flat fee non deve essere una trappola. Può funzionare bene, ma solo se lo si accompagna con metodo:
Perché il punto non è non sbagliare.
Il punto è accorgersene subito e imparare dai dati.
Chi redige un preventivo non può prevedere tutte le variabili di un progetto. È impossibile.
Il problema è che la maggior parte delle aziende non monitora i numeri in tempo reale: scopre i danni troppo tardi o non li scopre affatto.
Con wethod, invece, il budget si adatta al progetto: puoi aggiornare le giornate se necessario (in più o in meno), vedi subito l’impatto sulla marginalità, hai sempre sotto controllo le ore pianificate rispetto a quelle effettivamente spese e impari dai progetti passati per stimare meglio i prossimi.
Così, il flat fee resta quello che promette: un accordo semplice per il cliente e non una gabbia per l’agenzia.
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